Intrapresa al femminile e soggetti ibridi. Riflessioni a partire dal corso che ho tenuto a Parma

Sono stato chiamato da Cisita Parma e da Officine On/Off a gestire un  corso sul Business Model Canvas per dare un inquadramento generale del metodo: la storia, il suo funzionamento e le diverse declinazioni succedutesi nel tempo, utilizzando principalmente dei casi di studio. Un percorso diviso in 16 ore di teoria e altre 16 per la prototipazione di alcuni progetti reali dei partecipanti > programma completo qui. 

Si sono presentate sette ragazze di diversa estrazione culturale, con professionalità molto diverse. Nelle prime 16h di teoria abbiamo visto e discusso 4 diversi Business Canvas per quattro differenti tipologie di soggetti:

Poi abbiamo scelto due progetti delle partecipanti, quelli che potevano essere sviluppati al meglio, in due diversi team, con le competenze a nostra disposizione. E lo abbiamo fatto attraverso il Canvas per progetti culturali da me ideato (con licenza creative commons), lavorando sul progetto di Marina, ragazza Bielorussa interessata a far nascere in Italia la prima libreria on-line in lingua Russa e sul progetto di Martha, Italo Venezuelana che vuole innovare il proprio lavoro di oreficeria attivando percorsi laboratoriali differenziati per adulti e bambini.

Vorrei utilizzare questa mia esperienza per fare due riflessioni legate da un lato, all’intrapresa come fenomeno  al femminile e dall’altro lato,  per condividere un ragionamento sui soggetti “ibridi”, tra profit e no-profit, a partire dall’esperienza di Officine On/Off!


Intrapresa al femminile

Il primo elemento di riflessione è il seguente: negli workshop legati alle attività culturali e artistiche che svolgo, mi è capitato nel 80% dei casi di lavorare con donne. Sia che parliamo di gestione di spazi culturali, piuttosto che di sviluppo di nuove attività artistiche o di promozione sociale o che ci riferiamo a  business model personali per freelance e manager. Il dato è evidente, ma perchè avviene ciò? Le risposte che per ora mi sono dato hanno a che vedere, dal mio punto di vista con:

Una maggior consapevolezza e aderenza ai propri desideri da parte delle donne e il coraggio conseguente di delineare dei percorsi per realizzarli. Oltre ad aver riscontrato un interesse per metodologie esperenziali di sviluppo delle attività e una spiccata propensione alla collaborazione. Più precisamente, rispetto agli uomini con i quali lavoro nei miei workshop, ho trovato una maggior attenzione per le ricadute sui contesti e le persone circostanti e una capacità di percorrere il cammino con un approccio learning by doing, tipico dei miei workshoppiù che di prefigurare gli esiti finali del lavoro. In più gli ambiti culturali, artistici e creativi (come quello del design) spesso vengono sviluppati attraverso soggetti no-profit che incorporano nella propria mission obiettivi di innovazione sociale.

 

 

 

 

Da questo punto di vista più che parlare, come spesso accade, di una maggior sensibilità legata ai lavori di relazione e di cura nelle donne, mi pare che ci sia un interesse per le metodologie e gli approcci che possono attivare nuove e diverse modalità di relazione, nel perseguimento della propria autonomia lavorativa. Una propensione a lavorare sulle relazioni professionali e sociali per cambiarle, che denota secondo me anche una spiccata capacità di intrapresa e autoimpiego in forme ecosistemiche, collaborative e coesive, sempre più utili e necessarie nella sharing economy.

Ma su questo vorrei fermarmi per adesso, per interloquire con le professioniste e i colleghi che vorranno dire la loro dopo aver letto queste poche righe, con le quali segnalo una dinamica sulla quale mi interrogo a partire dal mio osservatorio.

 

Soggetti ibridi, il caso di On/Off

Partiamo dal contesto nel quale era collocato il corso, gli spazi del coworking On/Off e del Fab lab di Parma, ubicati in un edificio che al piano terra ha una ludoteca e un giardino nei quali si svolgono le attività degli educatori del Gruppo Scuola,  con i bambini del quartiere. Stiamo parlando quindi di diversi soggetti che vivono gli stessi spazi facendo attività differenti appartenenti all’ambito del Terzo Settore, ai quali da un anno si sono aggiunte le attività del nuovo spazio delle Officine delle Arti Audiovisive, questa volta ubicate in un altro quartiere e gestite per conto del Comune di Parma. Nate come luogo “a sostegno dell’autoimprenditorialità e dello sviluppo delle competenze” nell’ambito dell’audiovisivo. Attività che si prefigura anche come bacino di acquisizione di competenze tecnologiche, comunicative e culturali utili a migliorare  la qualità delle diverse attività e servizi posti in essere dai soggetti presi in esame.

La definizione più chiara che ho trovato per l’impresa ibrida è questa: «quell’impresa che produce valore tenendo insieme le caratteristiche tipicamente produttive e commerciali con quelle sociali e comunitarie. L’ibridazione non è altro che un processo evolutivo sul modo in cui si produce valore: prima le imprese erano competitive nella misura in cui massimizzavano soltanto il profitto, oggi devono massimizzare “la qualità della relazione” con la propria comunità, con l’ambiente e con i lavoratori».

Questo tipo di impresa non rientra nei 5 pattern o modelli di business fino a oggi formalizzati dalla metodologia del Business Model Canvas. Sia le esperienze ibride che le attività tipicamente profit nella realtà possono avere le caratteristiche di uno o più di questi modelli contemporaneamente, ma le prime si prefigurano come una specifica composizione, costituita da modelli che variano a seconda del contesto territoriale, degli attori in campo e degli obiettivi che ci si pone. 

Infine, un’altra particolarità da segnalare dell’ecosistema On/Off è che tiene assieme i tipici servizi di welfare della tradizione cooperativa, come l’ambito educativo e la co-progettazione con le istituzioni pubbliche, con attività come il coworking, l’audiovisivo e il Fab Lab, legate a nuovi servizi e competenze del terziario avanzato e dell’industria 4.0, facendo convivere proficuamente tradizione e innovazione, cooperazione e collaborazione, professioni classiche e nuove competenze.

Questi due esempi parlano del futuro che vorrei. Delle energie e delle potenzialità a nostra disposizione, del bisogno di valorizzare le differenze e di governare processi economici e sociali plurimi, praticando una “manutenzione” continua dei percorsi, per creare valore condiviso. In una parola (composta) declinando il futuro attraverso forme di co-progettazione.

 

 

Se ti è piaciuto questo articolo, puoi leggere anche: La sfida del coworking per l’impresa sociale: le 4 dimensioni che sostengono l’innovazione sociale

 

 

 

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